Il Signor Enzo

Profeta sul graffitista ottuagenario

di Vincenzo Profeta

Quante curatrici in fregola, quante ignoranti pseudogiornaliste e pseudogiornalisti d’arte, dovremo ancora sopportare per liberaci dei loro ennesimi articoli su graffiti sul Venerdi di Repubblica? Come guadagna Blu, cosa fà Blu la notte e Banksy? In questi anni le omologanti e omologate periferie urbane delle nostre città, si sono riempite di omologanti graffiti dall’immaginario tutto uguale, figurazione anni settanta, citazionismo senza senso che non rispetta lo stile della citazione, impegno politico dallo spudorato pelo sullo stomaco, pubblicità adidas in graffi e graffiti in pubblicità Adidas.

App che si scaricano per trovare il graffito giusto, quello d’autore, quello cult, e così la pratica ribelle di navigati artisti newyorkesi come Basquat e Keith Haring, è diventata la norma di un linguaggio di sistema, perchè nessuna periferia si emanciperà mai se la riempi di graffiti, perchè se sostituisci lo squallido con il colorato diventa squallido pure il colorato, gente che abita in palazzi con graffiti che detesta, così oltre al macerare della catena di montaggio sulla sua vita lavorativa, dovrà sorbirsi l’ego espanso di qualche colorato americanoide viziato da mammà e papà che ha importato un altra colonizzazione culturale, come erano belle le periferie desolate, quando magari potevi incontrarci il fotografo Luigi Ghirri e prenderci il caffè, non lo “scomodo” Blu il “maledetto” Blu col cappuccio da illuminato sulla testa.

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Questa che vi sto per raccontare è una delle storie più underground che conosco, ed io che pratico orgogliosamente l’inglesismo maccheronico, non ho altro modo per definirlo, per intenderci al meglio. Questa è la storia di uno di noi con citazione sbilenca, ovvero del Signor Enzo, si perchè per comodità Signor Enzo potremmo esserlo tutti, dieci anni che lo seguo il Signor Enzo. Parecchi chili fà, ero grassottello a 20 anni, l’accademia era una giustificazione esistenziale perfetta per dare il pezzo di carta che volevano i miei genitori, dall’impronta decisamente contadina, contadina come era la maggior parte dell’italietta del dopo guerra, quella un pò DC che il ’68 lo ha sempre ignorato, segretamente odiavo la scuola, ed ho sempre detestato la società umana, nel più profondo del mio cuore, il loro respirare, il loro scambiarsi fluidi corporei, mi faceva un pò schifo a quei tempi, avevo sicuramente le mie nevrosi.

Giravo di notte per una Palermo fine duemila centrosocializzata, che usciva lentamente dalla sua reale morte per ritrovarsi attualmente zombie. il giorno di Falcone, giravo di notte nella postmorte di Palermo, con quello che allora era il nucleo costitutivo del laboratorio Saccardi, degli scapestrati un pò punk, goliardici, anzi diciamolo forte goliardici! A cui si aggiungevano spesso artistoidi di svariata natura, qualche musicista, compagni di bevute e malefatte, in quelle notti di studentesse inseguite vedevamo i primi graffitari palermitani farsi beffe di noi, sentirsi un pò pionieri, ricordo le tag CULO , FICA e SENO, inconsapevoli che quelle lettere obese e quelle tag dal tratto veloce erano già maniera in america. Erano già maniera in me che le facevo all’istituto d’arte ed un pò me ne vergognavo.

Ricordo ancora il primo pezzo del Signor Enzo che vidi, era un tag di quelle super sparate ed aerodinamiche, completamente modificata da un reticolato a scacchi, dentro ogni spazio c’era una lettera o un puntino, come una sorta di cruciverba, da lì in poi cominciò per me una avventura poetico-visiva che dura ancora oggi, ho dedicato lavori ed incisioni al Signor Enzo, pagine Facebook, lui per me è un poeta visivo eccezionale, con una poetica suigeneris che col graffitismo americano non c’entra un cazzo grazie a dio, liberatorio come pochi, italiano fino al midollo, il suo editore sono i muri delle città, i futuristi sarebbero impazziti per il suo segno grafico, le posizioni di come mette le lettere, le macchie i segni, i puntini, è l’unico palermitano che rispetto, il citare nomi di cittadini anonimi, oltre a non essere affatto naif, ha sicuramente una posizione intellettuale ed una poetica che definirei super futurarcaica, istinto dello scrivere sulla caverna è in lui, l’ultimo palermitano ed il primo incarnati in un vecchietto apparentemente barbone.

Il Signor Enzo con Vincenzo Profeta

Le grotte dell’Addaura rivivono in poesia escono dal suo pennarello nero e ruvido e rivivono in città, una danza incomprensibile, di numeri tre con la codina, nomi di cittadini anonimi, cantanti, attori, politici, macchie spray che si integrano con l’architettura, di areatori, cassette elettriche, quadri idraulici, cabine, saracinesche, ingressi di negozi, muri e portici, tra quegli spessori trovi un nome, un segno, un numero primo o anche una serie di numeri e lettere o un semplice impercettibile puntino, ricordi, rimandi, un interferenza di rete, un virus nel nostro programma di vita, di mattina mentre vedo una Palermo fingere di essere operosa come Milano, in pessima recita, mentre corro tra il quartiere del Signor Enzo e il mio studio, investo i suoi segni umidi di rugiada invernale, mentre mi appaiono quasi freschi sui muri di Palermo, ma non esiste neanche il punto esatto del tempo in cui sono stati fatti, il Signor Enzo viaggia molto infatti, potrebbe essere a Roma o a Messina, a Milano, come in Germania, imbucato in qualche convoglio ferroviario, mentre vive di espedienti, elemosine, donazioni della sua famiglia natale che è comunque palermitana e benestante.

Chissà cosa è scattato nella testa del Signor Enzo quando ha deciso di vivere di poesia, questo non lo sapremo mai, ma un giono conobbi una ragazza iscritta all’accademia di belle arti di Palermo innamorata della sensibilità del signor Enzo, era il 2003, a quel tempo stavo cercando di decifrare ancora i suoi segni, lei molto carinamente, lo seguiva ogni notte con una panda, appuntava tutto per una tesi, fotografava ogni segno, cercava inutilmente di intervistarlo, pare il signor Enzo se ne fosse innamorato, ed ad un certo punto nacque una sorta di stolkeraggio recdiproco, poetico, danzante come in una grotta dell’ Addaura, o un serpentone numerico scritto nello spessore di una casetta elettrica, chissà quanti poeti e poesie albergano nelle patrie galere o hanno il braccialetto collegato con la questura centrale.

Copyright 2017 © Archivio Flavio Beninati / Vincenzo Profeta

 

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