La profezia di Bruno Canova

Considerazioni di Lorenzo Canova

di Lorenzo Canova

 

Tra il 1979 e il 1984 mio padre, Bruno Canova, incise e dipinse opere dove Roma era sommersa dalle immondizie e da rottami che dai prati periferici invadevano la città fino al suo cuore centrale, in una visione allo stesso tempo consapevole, poetica e apocalittica dove i cumuli di rifiuti bruciavano all’orizzonte e dove si decomponevano pezzi di cose rotte, divorando i resti del consumismo sfrenato e ottimistico degli anni Ottanta.

Le opere vennero accolte bene da qualcuno ma furono sostanzialmente ignorate, anche se esposte in un due mostre personali romane e poi alla Quadriennale di Roma del 1986 (in uno spazio in verità piuttosto angusto e molto male illuminato della sezione dedicata alla figurazione allestita nel sottoscala del Palazzo dei Congressi all’EUR dove si teneva l’esposizione di quell’anno), qualcuno fece dell’ironia, del resto erano gli anni Ottanta e il gusto imperante dell’epoca era molto diverso.

 

 

Nel tempo molti critici giovani e preparati hanno apprezzato quei lavori; esposti in una mostra del 1998 al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università di Roma La Sapienza (a cura di Marco Gallo che scrisse un testo mirabile in catalogo) ebbero anche un grandissimo successo tra i giovani che affollarono la mostra in tutta la sua durata, sin dai giorni dell’allestimento: era come un miracolo, vedevano i quadri dall’esterno del museo (nella sala sottostante) ed entravano senza neppure sapere di cosa si trattasse, attratti dal richiamo della pittura e dalle immagini di una mostra che raccoglieva quei quadri e quelle incisioni insieme a centinaia di studi preparatori.

 

 

Oggi, dopo più di trent’anni, mi alzo e vedo una grande colonna di fumo nero levarsi dalla parte di Roma dove mio padre aveva lo studio e dove aveva ambientato quei suoi paesaggi pasoliniani di immondizia, vedo le strade ricoperte di rifiuti e vedo le erbacce secche ricoprire giardini, aiuole, marciapiedi per poi incendiarsi in fiammate che ingoiano sacchi di plastica, divani e armadi buttati per strada, monnezza e pratacci in fiamme con la puzza di marcio, di merda e di plastica, nubi tossiche e scure che invadono il cielo e l’aria.

Vedo tutte queste cose e penso a quei quadri di mio padre, inattuali negli anni Ottanta, drammaticamente profetici oggi.

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Bruno Canova

Pittore, incisore e partigiano

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